Uno spot on-line che vuole informare e formare su problematiche indubbiamente poco conosciute ai più. Ogni mattina infatti, per milioni di volte, milioni di italiani consumano milioni di litri di caffé. A volte poi, magari dopo un pranzo impegnativo, il caffé lo chiedono corretto. Ispirandosi proprio a questo gesto e frase, rubando un copy che viene da tutti noi, gente comune, Act!onAid da il via alla raccolta di adesioni virtuali, su Facebook ma non solo, per la tutela dei diritti di molti contadini che dall’altra parte del mondo lavorano per il gesto quotidiano di miliardi di persone.
Chi è Laura Scimone?
Chi non lo sa ancora, vive lontano dal web si può dire. Questa ragazza è un tormentone del web: un paio di occhiali spessi, un inglese pessimo (“grazie di esistere Maigol Jecson“), Laura non è famosa per la sua bellezza ma per una serie di video finiti in rete, dice, a sua insaputa. La domanda più ovvia, guardandoli, è se Laura ci è o ci fa; ambisce ad un posto di attrice, canta, balla e chiede amicizia a destra o a manca sui social network.
I video, che in alcuni casi superano le 250mila visite (singolarmente), sono cliccatissimi ma non solo: c’è chi la difende e chi le risponde con altri video, alimentando discussioni di varia natura, alcune purtroppo alquanto offensive.
In ogni caso, il nostro occhio cade sul montaggio che alcuni video hanno, sul come mai “a sua insaputa” i video pubblicati comunque rimangono e raccolgono audience, tanta audience, tant’è che Simona Ventura l’ha invitata in televisione. C’è un finto fratello dichiarato, Frank Scimone, e numerosi spasimanti.
La domanda è sempre quella, non vorremmo passare per monotematici ma diversamente non si può fare: chi o cosa stanno lanciando?
Che se dietro davvero non c’è nessuna strategia di marketing, possibilità che sinceramente ci sembra strana, allora Laura è tutt’altro che “scimonita”, come ha detto qualcuno sul web.
Ben 1250 nani da giardino, ma non di quelli viaggiatori come nel Mondo di Amelie; questi tendono il braccio nel saluto romano. Succede in Baviera, ad opera di Ottmar Hoerl. Niente rigurgiti nazionalsocialisti, ma arte satirica, che vuole presentare la “razza superiore” come nani (quelli insomma che vivendo settant’anni fa sotto il Reich sarebbero probabilmente entrati loro malgrado nel programma Aktion T4). Dell’installazione circola anche un video.
Tenuto conto che il saluto romano in Germania è vietato e sanzionato (così come in Italia), la polemica è ovviamente innescata.
Amnesty International crede che tutti abbiano diritto alla vita, ed ha trovato un modo davvero efficace per trasmettere questo messaggio sociale di portata mondiale. Lo scorso agosto infatti l’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani ha lanciato a Seoul una campagna di sensibilizzazione sull’argomento riuscendo a coinvolgere moltissimi cittadini (prima) ed internauti (dopo). Un’idea semplice, ma non per questo banale.
L’idea non è nuova nemmeno per l’Italia, ma è di quelle che visti i tempi non smettono mai di fare notizia, e dunque di raggiungere lo scopo prefisso.
Questa volta è la catena di supermercati varesini Tigros ad offrire posti di lavoro attraverso un concorso in occasione del trentesimo anniversario dei negozi: i posti sono reali (almeno sulla carta), e prevedono un contratto a tempo determinato della durata di un anno.
La Polizia londinese ha realizzato un TubeGame, facente capo al sito web droptheweapons.org, per dimostrare ai giovani le conseguenze spesso inaspettate, indesiderate ed incontrollabili che si hanno girando armati di knife, coltello.
Choose a different ending è il pay off di un gioco che sfrutte le recenti innovazioni del primo sito di video sharing, You Tube. Si comincia con l’invito a uscire degli amici, e non ci si dimentica nulla: cellulare, chiavi e, appunto, il coltello. O no? Questo lo sceglie il “giocatore-spettatore” (vedi il video a fine post).
Come ci piace fare ultimamente su questo blog, cerchiamo di approfondire l’analisi delle campagne proposte per capirci di più, specie rispetto alle reazioni del pubblico.
Intanto, c’è da dire che le possibili scelte di questo gioco sono davvero molteplici, per poi incontrarsi nuovamente solo verso la fine. Dal punto di vista della realizzazione, diremmo che il prodotto è ottimo, essendo girato da un regista inglese professionista nel campo dei corti e degli spot, Simon Ellis, il quale ha scelto che tutto si girasse in prima persona, dando così una prospettiva da videogame, molto vicina ai destinatari del messaggio. Gli attori (ma quanto saranno ‘attori’,poi?), le location, il mood globale e decisamente lo script. La musica poi è naturalmente perfetta, e la presenza di due rapper, uno in veste di testimonial, costituisce una vera e propria ciliegina sulla torta della produzione. I commenti degli utenti poi ci danno un’idea maggiore del gradimento: sono internazionali, segno che in pochi giorni la campagna ha varcato ampiamente i confini del Regno Unito. Al di là di chi ironizza sui video, la maggioranza scrive cose come “Very pro. Subbed. I tried all the endings“, oppure “This really is a great idea“. Sul sito droptheweapons.org poi, file musicali (molti hip hop) da scaricare gratuitamente, molti prodotti dagli utenti stessi.
Infine, un commento sulle visite. Il primo video sta sicuramente andando alla grande, e le sue potenzialità sono tutt’altro che esaurite. Da quello in poi ovviamente i numeri diminuiscono, ma propongono ugualmente interessanti spunti di riflessione. Alla data di oggi:
- circa 5mila persone, in una rissa, hanno scelto di utilizzare il coltello per minacciare e basta, a scopo scenico, mentre quasi il doppio lo ha utilizzato per pugnalare in petto l’avversario
- più di 10mila se ne sono andati alla festa in compagni di una bella ragazza
Non sono ovviamente dati di qualità né utilizzabili come certi, ma potrebbero costituire un approccio alla comprensione di un pubblico che, c’è da scommetterci, continuerà a diffondere viralmente il gioco, siano studenti modello o membri di una gang. Buona giocata!
Le quattro power rangers che vedete nella foto, “tutte taglia 38″ come sottolinea il blog Femminismo a Sud, rappresentano le sedi distaccate dell’Ateneo più vecchio del mondo, l’Università di Bologna. Questa pubblicità, visibile su manifesti nelle città romagnole, ha destato non poco scalpore. Contro le veline-eroine che esalterebbero ben poco lo spirito e i valori di un’Università si sono scagliati lo stesso rettore dell’Alma Mater, Pier Ugo Calzolari, la giurista Carla Faralli, prima donna a salire in cattedra a Giurisprudenza in Italia, in passato presidente delle docenti, e Angelo Erbacci, leader degli studenti cattolici. Fiumi di proteste che sono uscite dalle mura dell’ateneo ed alle quali hanno ribattuto i sostenitori e finanziatori della campagna, la fondazione Flaminia di Ravenna e le società Serinar ed UniRimini. Antonio Penso, direttore della fondazione Flaminia, ha detto sulle pagine di Repubblica che “se non ci fosse stata Noemi, nessuno avrebbe avuto niente da dire”.
Ma Noemi c’è stata, infiamma la satira con exploit ai limiti del guerrilla sociale.
Poiché diversi del team G-Com si sono laureati a Bologna, dato che anche recentemente abbiamo tenuto una lezione sul guerrilla marketing presso il D.A.M.S., ci dispiace dire che ci si poteva aspettare decisamente di più da un’Università come UniBo, e che con i 40mila euro utilizzati per questa campagna ci si poteva fare del buon guerriglia. Ma forse (forse), gli organizzatori di questa campagna sono in realtà dei “geni malvagi“, sostenitori del motto se ne parli anche male purché se ne parli: perché la polemica, si sa, genera buzz…
A sentire il singolo parere di comuni cittadini, reality è oggi un termine perfino noioso: non se ne può più e ce ne hanno propinati di ogni genere. Eppure, lo dobbiamo ammettere (visto che anche noi ci siamo resi complici in questo), a noi pubblicitari i reality piacciono. Siamo sempre in cerca di nuovi format, sempre coinvolgenti e sopratutto che abbiano quanti più spazi, slot, brand a disposizione. In effetti, il reality in sé non è sempre sbagliato, e a tutti i costi. Di sicuro rientra nelle strategie collaudate, e dunque obsolete…a meno di trovare format veramente innovativi, sistemi nuovi per il coinvolgimento del pubblico, piattaforme diversamente fruibili rispetto alla tv generalista o satellitare.
Ora, la notizia è di un reality che pare non abbia scopi pubblicitari né fini lucrativi in alcun modo. Anzi, non c’è neanche il premio. O meglio il premio c’è, ma è di quelli che secondo la “materiale” Mastercard non ha prezzo: la fede. I penitenti gareggiano è il titolo, la Turchia è il paese in cui andrà in onda, Kanal T l’emittente che lo trasmetterà.
Un prete ortodosso, un imam, un rabbino e un monaco tibetano da un lato, dieci atei dall’altro. Chi risulterà convertito dai religiosi vincerà un pellegrinaggio nella patria spirituale della sua nuova fede, e dunque il Tibet, la Mecca o Gerusalemme.
Curioso, in un paese islamico, non c’è dubbio. Facile barare, direte voi. Sembra di no: il rigore, usuale intorno al tema nei paesi musulmani, impone un comitato di controllo sul reale ateismo dei concorrenti nonché un affiancamento nel viaggio verso la meta che diverrà così sacra per i vincitori, in una specie di reality post-reality.
I commenti si sprecano, ovviamente. C’è chi approva, apprezzando il confronto fra i vari credi, e chi tuona contro la banalizzazione del sacro compresso in ambiente così profano. Noi ovviamente ci asteniamo da un commento che risulterebbe solo ed esclusivamente personale, e dunque poco interessante. Quello però che ci chiediamo riguarda la pubblicità che sicuramente dovrà corredare uno show del genere, forse a livello di placement, o di spot; ci saranno brand desiderosi di entrare nella “casa”, con il rischio di ingraziarsi i seguaci di alcuni ed inimicarsi gli altri? Quanti marchi, volendo partecipare in qualche modo, dovranno adeguare forme e contenuti dei loro messaggi ad un tono così poco terreno? Dopo l’eclatante caso Coca-Cola con il film Sette chilometri da Gerusalemme, c’è da aspettarsi che non pochi preferiranno tirarsi indietro impauriti dalla solennità di un simile reality.
Una bella campagna, a cui diamo questo giudizio prima ancora per l’ottima realizzazione e produzione che per l’idea, piuttosto ovvia viene da dire.
Si tratta dell’International Fund for Animal Welfare, associazione che si è affidata al team di RAPP.
Le tartarughe spiaggiate a Bournemouth, Inghilterra, sono finte, in cartone, ma realizzate così bene da sembrare reali anche a pochi metri di distanza, se non fosse per la loro uguaglianza e staticità. L’attività chiede in primo luogo di lasciarle stare, perché come si legge sotto, “girarle è il primo gesto dei bracconieri”. Questa specie in particolare (Hawksbill) è in via di estinzione.
La Surfrider Foundation è un’organizzazione no-profit che dedica la sua esistenza alla protezione degli oceani di tutto il mondo, dall’acqua alle spiagge. Per comunicare in modo originale le conseguenze dell’inquinamento degli oceani, alcuni dei 50.000 membri di cui l’organizzazione è composta, hanno seguito le direttive della Saatchi & Saatchi di Los Angeles, per inaugurare quella che è stata definita “Catch of the Day”. Sono stati raccolti rifiuti di ogni forma e dimensione, e per dimostrare il disgudto provocato da questi elementi, sono stati impacchettati e posizionati negli scaffali dei mercati.