In questo post si parla dell’estremizzazione della pubblicità, di persone che modificano il proprio corpo a volte con brand e loghi, di pratiche che spesso vengono chiamate artistiche e che fanno sempre notizia. Partiamo dai tatuaggi. E’ vero, in rete molte foto di loghi tatuati sono fake, alcune anche evidenti. Ma non tutte. Ci sono brand che hanno dato vita a community di tutto rispetto, fedelissime; brand che hanno inventato stili di vita i cui adepti hanno sentito il desiderio di comunicarlo al mondo certificando sulla pelle la loro appartenenza al ‘branco‘. Corvette, Harley ovviamente, ma anche Honda, Apple, Intel, Microsoft, Nintendo, Nike e molti altri. C’è perfino un vino; come già detto, va bene che Photoshop fa miracoli, ma mica tutti saranno fotomontaggi.
E si può arrivare oltre. Il video sotto è per chi non si impressiona di fronte a pratiche quali il body suspension, scarification e simili. E’ inserito in questo post perché i più attenti noteranno, alla posizione numero 3 della classifica, una modifica volontaria alla cornea (chiamata ‘cornea jewellery‘). Il disegno? Il logo del joypad Playstation.
Antony Gormley è uno scultore inglese. Mica uno dei tanti, uno avanti. Banksy è un artista di strada inglese. Forse i due non si conoscono nemmeno. Il primo ha dato il via ad una manifestazione artistica nella quale le persone diventano volontariamente statue umane per un ora: tutto è permesso, tranne proteste eccessive e oscenità. La performance artistica, dal tema ‘One & Other‘, ha luogo dal 6 luglio al 14 ottobre 2009 a Trafalgar Square. Fin qui poteva essere una notizia di colore e basta; poteva, fino alla foto che vedete qui sotto.
Non vi ricorda niente?
Se è voluto, cosa plausibile, siamo di fronte a quella che nel mondo della musica si chiama ‘cover‘; un rework che forse è bello quanto l’originale. E se l’orginale è di uno come Banksy, che difficilmente fa opere di scarsa bellezza, allora capiamo come la creatività spontanea che viene dal basso, più in basso perfino di un artista di strada, a volte è la strada migliore che un brand potrebbe decidere di intraprendere nella scelta dei propri messaggi.
Come diceva Picasso e come “ruba” Banksy stesso dal suo sito, ‘I cattivi artisti imitano, quelli bravi rubano‘.
Vi segnaliamo questo video per un unico motivo: le quasi 9 milioni di visite in 17 giorni. Si dice, a ragione, che le creatività nel guerrilla debbano prendere spunto dai meccanismi autogeneratisi nelle varie culture (sotto o sopra poco importa). Ecco allora che, in un momento nel quale guerrilla = flash mob e flash mob = ballo, un video che fa numeri basandosi sul passaparola, su un’idea semplice e divertente può essere fonte di ispirazione per tutti gli amici e colleghi advertiser. Se poi, tra qualche giorno/mese, salterà fuori che questo video è girato su commissione di un brand ancora da svelare, allora ci toglieremo i cappelli e chineremo la testa in segno di assoluto rispetto per i risultati media ottenuti in ogni parte del mondo.
(La versione del video postata dai novelli sposi si trova qui)
Questo post non parla esattamente di iniziative di guerrilla marketing, ma di attività promozionali per lo più web che abbiamo apprezzato particolarmente. Da 2 o 3 giorni di quarant’anni fa, a seconda che lo calcoliate con la data americana o quella italiana, l’uomo era sbarcato sulla Luna (è successo, inutile negarlo!). Le celebrazioni si sono concluse da poco, e analizzando tutto quello che è stato fatto in quest’ultimo mese a livello di iniziative pubblicitarie legate alla missione Apollo 11, spicca probabilmente un luxury brand che ha utilizzato come testimonial tre persone che di spazio se ne intendono: Buzz Aldrin, Sally Ride, Jim Lovell.
Parliamo di Louis Vuitton e del suo diario di viaggio spaziale online, louisvuittonjourneys.com. La campagna, curata da Ogilvy e supervisionata in Vuitton da Antoine Arnault, è stata lanciata con un video teaser il 3 giugno 2009.
Ora, per quanto gradiamo i viaggi decisamente avventurosi niente potrà mai essere paragonato al varcare l’atmosfera terrestre; Louis Vuitton ha legato così il prodotto, borse di lusso nate per viaggiare, al Moon journey: già era stato intrapreso dall’azienda un filone pubblicitario interessantissimo attraverso le campagne Journeys con la famiglia Coppola, Sean Connery, Gorbachev (additata di contenere messaggi segreti relativi ad un caso di omicidio politico), Keith Richards e altri. E’ dunque emoziante vedere come per diverse settimane, l’ammirazione del mondo e dei brand in generale (L.V. non è l’unico) si è concentrata su tre simpatici “vecchietti” che però hanno fatto cose che noi umani nemmeno ci sognamo (Virgin Galactic a parte). Lontani dalle solite immagini del lusso sfrenato, loro o, come nel caso di Vuitton, uno di loro e due colleghi astronauti, sono diventati icone positive che nulla hanno a che vedere con gli abusati e noiosi stereotipi di modelli, calciatori, gieffini e giovani fotografi wannabegangsta. La Costa Smeralda impallidisce di fronte a Buzz e Neil: milioni invidiano i loro occhi per aver visto quello che hanno visto e i loro pollici, che, appoggiati all’oblò della navicella spaziale coprivano Terra, la nostra casa, il nostro mondo, visto da lontano. In definitiva, sarebbe davvero bello se ci fossero più attività di marketing guidate da gente che per davvero ha fatto qualcosa di importante, come ha ben compreso l’azienda francese.
Infine, un grosso plauso va al John F. Kennedy Presidential Library and Museum per la sua iniziativa commemorativa Wechoosethemoon.org, celebre frase tradotta in Italia con entusiasmo da un Tito Stagno storico; questo sito, interattivo e ricco di contenuti eccezionali, permette di rivivere il viaggio dell’Apollo 11 attraverso tutte le sue fasi, regalando per ognuna di esse contenuti multimediali di ogni genere. Il sound di sottofondo è così bello che chi scrive lo tiene come sottofondo sonoro mentre è al computer, tenendo aperta la home di Lousi Vuitton Journeys per mescolare musica e comunicazioni spaziali. Provatelo, aggiungerete un che di extraterrestre ai vostri ambienti…
Agency: none. Si tratta infatti di un self made, un’autopromozione, questo video che ha raggiunto in poco tempo un discreto numero di visualizzazioni, voti e commenti. Un solido mix tra parkour ed effetti speciali: un uomo ragno robotico, The Runner, con felpa con cappuccio alzato e scarpe bene in evidenza.
Poche parole, perché quando si entra in campo Nike spesso basta lo swoosh. Del resto, il briefing non esisteva, dunque neanche un pay off. Tutto punta alla produzione, elevatissima, realizzata da gente che ha in portfolio clienti come Optimus Prime e Megatron. Attenzione anche per la base musicale, che è dei Prodigy. Direte voi, con questi ingredienti c’era forse il sospetto che il video facesse poche visualizzazioni?
Ecco il punto: contrariamente a quanto molti indicano in rete, come giustamente segnala Fables su Bloguerrilla, si tratta appunto di “spec commercial”, ossia di una sorta di demo reel con cui un’azienda, in questo caso la Big Lazy Robots, si fa notare da uno o più brand.
La domanda quindi è: che risultati avrà ottenuto, dopo la visione da parte di Nike, Philips, Kodak e gli altri visibili? Ci auguriamo qualcosa di più di un bravi…realizzare un video del genere su commissione non costa certo poco, ci saranno volute settimane per produrlo. Sarà rimasta pubblicità gratuita o sarà valsa almeno un’incontro con i vertici del marketing del baffo?
La Polizia londinese ha realizzato un TubeGame, facente capo al sito web droptheweapons.org, per dimostrare ai giovani le conseguenze spesso inaspettate, indesiderate ed incontrollabili che si hanno girando armati di knife, coltello.
Choose a different ending è il pay off di un gioco che sfrutte le recenti innovazioni del primo sito di video sharing, You Tube. Si comincia con l’invito a uscire degli amici, e non ci si dimentica nulla: cellulare, chiavi e, appunto, il coltello. O no? Questo lo sceglie il “giocatore-spettatore” (vedi il video a fine post).
Come ci piace fare ultimamente su questo blog, cerchiamo di approfondire l’analisi delle campagne proposte per capirci di più, specie rispetto alle reazioni del pubblico.
Intanto, c’è da dire che le possibili scelte di questo gioco sono davvero molteplici, per poi incontrarsi nuovamente solo verso la fine. Dal punto di vista della realizzazione, diremmo che il prodotto è ottimo, essendo girato da un regista inglese professionista nel campo dei corti e degli spot, Simon Ellis, il quale ha scelto che tutto si girasse in prima persona, dando così una prospettiva da videogame, molto vicina ai destinatari del messaggio. Gli attori (ma quanto saranno ‘attori’,poi?), le location, il mood globale e decisamente lo script. La musica poi è naturalmente perfetta, e la presenza di due rapper, uno in veste di testimonial, costituisce una vera e propria ciliegina sulla torta della produzione. I commenti degli utenti poi ci danno un’idea maggiore del gradimento: sono internazionali, segno che in pochi giorni la campagna ha varcato ampiamente i confini del Regno Unito. Al di là di chi ironizza sui video, la maggioranza scrive cose come “Very pro. Subbed. I tried all the endings“, oppure “This really is a great idea“. Sul sito droptheweapons.org poi, file musicali (molti hip hop) da scaricare gratuitamente, molti prodotti dagli utenti stessi.
Infine, un commento sulle visite. Il primo video sta sicuramente andando alla grande, e le sue potenzialità sono tutt’altro che esaurite. Da quello in poi ovviamente i numeri diminuiscono, ma propongono ugualmente interessanti spunti di riflessione. Alla data di oggi:
- circa 5mila persone, in una rissa, hanno scelto di utilizzare il coltello per minacciare e basta, a scopo scenico, mentre quasi il doppio lo ha utilizzato per pugnalare in petto l’avversario
- più di 10mila se ne sono andati alla festa in compagni di una bella ragazza
Non sono ovviamente dati di qualità né utilizzabili come certi, ma potrebbero costituire un approccio alla comprensione di un pubblico che, c’è da scommetterci, continuerà a diffondere viralmente il gioco, siano studenti modello o membri di una gang. Buona giocata!
Gli amici del team Torke! pubblicano un video ironico che è una sorta di presa in giro dei flash mob: il raduno invisibile, dove “continuava ad aggiungersi gente“, dicono. Obiettivo del video, aumentare la visibilità del loro blog Invisible Red.
Questo apre un argomento interessante: sono i flash mob stra-abusati? Dalle nostre parti c’è chi dice che un pò lo sono, ma c’è ancora spazio per buone idee che possano diventare notiziabili, continuare ad essere divertenti e raccogliere adesioni. Viceversa, c’è anche chi sostiene che la troppa esposizione e il troppo utilizzo richiedano ora di mettere in stand-by questa possibilità realizzativa per dedicarsi ad altre tipologie di guerrilla marketing.
Forse il flash mob sta ora risentendo di quello che è successo al guerriglia marketing in generale: è stato inserito “a catalogo”, come un normalissimo prodotto da supermercato, così come altre operazioni standard (per esempio gli sticker o altro). Questo lo ha privato della sua orginalità, della sua forza, della sua attrattiva. I brand lo hanno fagocitato, il pubblico se ne è accorto e oggi partecipa meno volentieri. Ma se nulla si distrugge e tutto si trasforma, allora perché distruggerlo e boicottarlo a priori? Forse vale la pena attivare i cervelli e trasformarlo, da flash mob a performance spontanee di livello superiore, con l’aggiunta per esempio di tecnologie, di effetti speciali; anche affiancandolo (o supportandolo) con pubblicità più tradizionale (come in uno dei tanti casi T-Mobile) potrebbe infondergli nuova linfa.
Insomma, si, forse come si diceva del punk, i flash mob sono morti. Ma dal punk dei Ramones si è arrivato all’hardcore melodico dei Pennywise o dei NOFX, quindi, la trasformazione è in atto. Beato chi se ne accorgerà per primo!
Le quattro power rangers che vedete nella foto, “tutte taglia 38″ come sottolinea il blog Femminismo a Sud, rappresentano le sedi distaccate dell’Ateneo più vecchio del mondo, l’Università di Bologna. Questa pubblicità, visibile su manifesti nelle città romagnole, ha destato non poco scalpore. Contro le veline-eroine che esalterebbero ben poco lo spirito e i valori di un’Università si sono scagliati lo stesso rettore dell’Alma Mater, Pier Ugo Calzolari, la giurista Carla Faralli, prima donna a salire in cattedra a Giurisprudenza in Italia, in passato presidente delle docenti, e Angelo Erbacci, leader degli studenti cattolici. Fiumi di proteste che sono uscite dalle mura dell’ateneo ed alle quali hanno ribattuto i sostenitori e finanziatori della campagna, la fondazione Flaminia di Ravenna e le società Serinar ed UniRimini. Antonio Penso, direttore della fondazione Flaminia, ha detto sulle pagine di Repubblica che “se non ci fosse stata Noemi, nessuno avrebbe avuto niente da dire”.
Ma Noemi c’è stata, infiamma la satira con exploit ai limiti del guerrilla sociale.
Poiché diversi del team G-Com si sono laureati a Bologna, dato che anche recentemente abbiamo tenuto una lezione sul guerrilla marketing presso il D.A.M.S., ci dispiace dire che ci si poteva aspettare decisamente di più da un’Università come UniBo, e che con i 40mila euro utilizzati per questa campagna ci si poteva fare del buon guerriglia. Ma forse (forse), gli organizzatori di questa campagna sono in realtà dei “geni malvagi“, sostenitori del motto se ne parli anche male purché se ne parli: perché la polemica, si sa, genera buzz…
A sentire il singolo parere di comuni cittadini, reality è oggi un termine perfino noioso: non se ne può più e ce ne hanno propinati di ogni genere. Eppure, lo dobbiamo ammettere (visto che anche noi ci siamo resi complici in questo), a noi pubblicitari i reality piacciono. Siamo sempre in cerca di nuovi format, sempre coinvolgenti e sopratutto che abbiano quanti più spazi, slot, brand a disposizione. In effetti, il reality in sé non è sempre sbagliato, e a tutti i costi. Di sicuro rientra nelle strategie collaudate, e dunque obsolete…a meno di trovare format veramente innovativi, sistemi nuovi per il coinvolgimento del pubblico, piattaforme diversamente fruibili rispetto alla tv generalista o satellitare.
Ora, la notizia è di un reality che pare non abbia scopi pubblicitari né fini lucrativi in alcun modo. Anzi, non c’è neanche il premio. O meglio il premio c’è, ma è di quelli che secondo la “materiale” Mastercard non ha prezzo: la fede. I penitenti gareggiano è il titolo, la Turchia è il paese in cui andrà in onda, Kanal T l’emittente che lo trasmetterà.
Un prete ortodosso, un imam, un rabbino e un monaco tibetano da un lato, dieci atei dall’altro. Chi risulterà convertito dai religiosi vincerà un pellegrinaggio nella patria spirituale della sua nuova fede, e dunque il Tibet, la Mecca o Gerusalemme.
Curioso, in un paese islamico, non c’è dubbio. Facile barare, direte voi. Sembra di no: il rigore, usuale intorno al tema nei paesi musulmani, impone un comitato di controllo sul reale ateismo dei concorrenti nonché un affiancamento nel viaggio verso la meta che diverrà così sacra per i vincitori, in una specie di reality post-reality.
I commenti si sprecano, ovviamente. C’è chi approva, apprezzando il confronto fra i vari credi, e chi tuona contro la banalizzazione del sacro compresso in ambiente così profano. Noi ovviamente ci asteniamo da un commento che risulterebbe solo ed esclusivamente personale, e dunque poco interessante. Quello però che ci chiediamo riguarda la pubblicità che sicuramente dovrà corredare uno show del genere, forse a livello di placement, o di spot; ci saranno brand desiderosi di entrare nella “casa”, con il rischio di ingraziarsi i seguaci di alcuni ed inimicarsi gli altri? Quanti marchi, volendo partecipare in qualche modo, dovranno adeguare forme e contenuti dei loro messaggi ad un tono così poco terreno? Dopo l’eclatante caso Coca-Cola con il film Sette chilometri da Gerusalemme, c’è da aspettarsi che non pochi preferiranno tirarsi indietro impauriti dalla solennità di un simile reality.
Stamattina all’alba sono tornati gli attivisti di Terra!, già noti per le mascherine anti-inquinamento sulle statue a Roma. Questi ex-Greenpeace hanno posizionato decine e decine di sagome di auto in miniatura, di cartone, nel prato davanti all’Altare della Patria. La protesta di quest’azione di social guerrilla punta alla pubblicità, in particolare quelle ingannevole delle case automobilistiche.
Secondo Terra!, le comunicazioni relative alle quattro ruote sono irregolari perché non indicano (o lo fanno troppo in piccolo, in maniera illeggibile) le emissioni di Co2 dei mezzi presentati. Gli attivisti hanno infatti presentato un esposto allo IAP, denunciando oltre il 91% dei messaggi in questo settore.
Per ulteriori informazioni ed adesioni, visitate il sito ufficiale.