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Il reality per penitenti

A sentire il singolo parere di comuni cittadini, reality è oggi un termine perfino noioso: non se ne può più e ce ne hanno propinati di ogni genere. Eppure, lo dobbiamo ammettere (visto che anche noi ci siamo resi complici in questo), a noi pubblicitari i reality piacciono. Siamo sempre in cerca di nuovi format, sempre coinvolgenti e sopratutto che abbiano quanti più spazi, slot, brand a disposizione. In effetti, il reality in sé non è sempre sbagliato, e a tutti i costi. Di sicuro rientra nelle strategie collaudate, e dunque obsolete…a meno di trovare format veramente innovativi, sistemi nuovi per il coinvolgimento del pubblico, piattaforme diversamente fruibili rispetto alla tv generalista o satellitare.

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Ora, la notizia è di un reality che pare non abbia scopi pubblicitari né fini lucrativi in alcun modo. Anzi, non c’è neanche il premio. O meglio il premio c’è, ma è di quelli che secondo la “materiale” Mastercard non ha prezzo: la fede.
I penitenti gareggiano è il titolo, la Turchia è il paese in cui andrà in onda, Kanal T l’emittente che lo trasmetterà.
Un prete ortodosso, un imam, un rabbino e un monaco tibetano da un lato, dieci atei dall’altro. Chi risulterà convertito dai religiosi vincerà un pellegrinaggio nella patria spirituale della sua nuova fede, e dunque il Tibet, la Mecca o Gerusalemme.
Curioso, in un paese islamico, non c’è dubbio. Facile barare, direte voi. Sembra di no: il rigore, usuale intorno al tema nei paesi musulmani, impone un comitato di controllo sul reale ateismo dei concorrenti nonché un affiancamento nel viaggio verso la meta che diverrà così sacra per i vincitori, in una specie di reality post-reality.

I commenti si sprecano, ovviamente. C’è chi approva, apprezzando il confronto fra i vari credi, e chi tuona contro la banalizzazione del sacro compresso in ambiente così profano. Noi ovviamente ci asteniamo da un commento che risulterebbe solo ed esclusivamente personale, e dunque poco interessante. Quello però che ci chiediamo riguarda la pubblicità che sicuramente dovrà corredare uno show del genere, forse a livello di placement, o di spot; ci saranno brand desiderosi di entrare nella “casa”, con il rischio di ingraziarsi i seguaci di alcuni ed inimicarsi gli altri? Quanti marchi, volendo partecipare in qualche modo, dovranno adeguare forme e contenuti dei loro messaggi ad un tono così poco terreno? Dopo l’eclatante caso Coca-Cola con il film Sette chilometri da Gerusalemme, c’è da aspettarsi che non pochi preferiranno tirarsi indietro impauriti dalla solennità di un simile reality.

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